ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività

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Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, noto come ADHD, è un disturbo del neurosviluppo che incide in maniera significativa sulla crescita di bambini e adolescenti. Secondo le classificazioni diagnostiche più recenti, si tratta di una condizione caratterizzata da difficoltà attentive, impulsività e iperattività motoria. A questi aspetti spesso si associano disturbi del sonno e una bassa tolleranza alla frustrazione, che possono complicare la vita scolastica e familiare.

Le prime descrizioni cliniche di tali comportamenti risalgono alla prima metà del Novecento. Nel corso degli anni, si sono diffuse diverse interpretazioni teoriche e diagnostiche. Oggi, secondo la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), l’ADHD è un disturbo del neurosviluppo con esordio in età evolutiva, generalmente prima dei dodici anni.

Nonostante l’esordio precoce, la diagnosi non è sempre semplice. Un livello elevato di attività motoria è molto comune tra i bambini al di sotto dei cinque anni. Prima dei tre anni è normale che un bambino faccia fatica a interrompere un comportamento inadeguato; intorno ai tre o quattro anni, invece, inizia a svilupparsi un maggiore controllo inibitorio. Solo quando queste difficoltà risultano persistenti e compromettono il funzionamento quotidiano si può parlare di un quadro clinico rilevante.

La ricerca ha individuato tre endofenotipi in grado di spiegare l’ADHD. Il primo riguarda un’alterazione nei meccanismi della ricompensa: il bambino fa fatica ad attendere una gratificazione differita, preferendo ricompense immediate. Il secondo fa riferimento a un deficit nell’elaborazione temporale, con difficoltà nella gestione del tempo e delle attività. Il terzo, infine, richiama un deficit della memoria di lavoro, da cui derivano difficoltà nelle funzioni esecutive e nell’attenzione focalizzata.

Ci sono diversi studi che collegano l’ADHD a un funzionamento atipico delle funzioni esecutive, cioè quei processi cognitivi superiori che regolano comportamenti complessi e finalizzati a uno scopo. In questo ambito, studiosi come Pennington e Ozonoff hanno individuato nel cosiddetto effetto Stroop un test capace di rilevare difficoltà legate a questo disturbo. Nello specifico, il compito crea un conflitto tra il significato della parola e il colore con cui è scritta, mettendo alla prova la capacità di inibire una risposta automatica.

L’ADHD, dunque, richiedere un intervento tempestivo e integrato, costruito sulla base delle caratteristiche specifiche del bambino e del contesto in cui vive. Nessuna strategia, da sola, risulta sufficiente: il trattamento più efficace è quello multimodale, che coinvolge famiglia, scuola e professionisti. Anche la terapia farmacologica, se necessaria, deve essere attentamente monitorata.

In conclusione, solo attraverso una presa in carico globale è possibile favorire un’evoluzione positiva del disturbo e prevenire future difficoltà.

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