Cos’è orientalismo?
Prima di dare una definizione di “orientalismo“, è giusto delineare la figura del teorico e critico letterario che ha sviluppato il concetto di quella rappresentazione del tutto distorta e stereotipata dell’Oriente da parte dell’Occidente.
Edward Said nasce a Gerusalemme nel 1935, quest’ultima sotto controllo britannico. Questo influisce sulla sua formazione, che lo porta ad avere una doppia natura linguistica: scrive, pensa e si esprime benissimo in inglese, ma la sua vita quotidiana, dal punto di vista linguistico, è segnata dall’arabo. Dopo il conseguimento del dottorato nel 1964 in Letteratura Comparata ad Harvard, dunque, non solo doppia accezione linguistica e culturale, ma anche una dislocazione geografica importante: si trasferisce a New York e proprio nella grande mela arriverà a insegnare in uno degli atenei più prestigiosi.
Durante la sua formazione, Said inizia a porsi delle domande; tra queste, una più di tutte lo ossessiona: “io sono un arabo, ma parlo e penso attraverso la lingua di chi mi ha colonizzato“. Come accade di solito – e ce lo dice la psicanalisi – c’è sempre un agente esterno che produce il trauma, e qui è la Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’attacco di Israele alla Cisgiordania (oggi Striscia di Gaza) porta Said a sentirsi il peso della passività, di essere dalla parte degli oppressi, ma in una situazione privilegiata, che lo porta verso un processo di autocritica intellettuale, a farsi portavoce di quella porzione offesa di umanità. Dal 1967 in poi, il suo nome è legato in maniera inequivocabile alla questione palestinese. L’esito di questa sua riflessione è “Orientalismo“.
Ma cosa intende Said per orientalismo? Intende quella tradizione culturale di pensiero, alimentata dai colonizzatori francesi e inglesi, che ha visto nell’Oriente, come macro-categoria, il simbolo del diverso, di tutto ciò che non è Occidente. Infatti, dice Said, l’Oriente, in fondo, in quanto simbolo del diverso, ha contribuito a definire l’esperienza dell’Europa stessa. L’Occidente si definisce per contrapposizione e ha sviluppato culturalmente un sistema di pensiero e di valori per cui il suo modo d’essere deve, in qualche modo, configurarsi sempre in contrapposizione con l’Oriente, che è il diverso per eccellenza: una relazione viziata.
E perché? Perché “noi”, ovvero l’Occidente, abbiamo bisogno del “diverso” per poter rafforzare il nostro senso di superiorità. Però, non è solo un meccanismo culturale, ma è un qualcosa che ha a che fare con la violenza materiale, perché, sotto la spinta di questa falsa superiorità, l’Occidente ha colonizzato il popolo orientale, producendo sterminio. Questa cultura della superiorità, in fondo, ha trovato, in questa necessità dell’Occidente di definirsi per distinzione, una giustificazione alla violenza.
Si inserisce qui l’idea di cultura, alla quale tradizionalmente si attribuisce un valore positivo; però, dietro c’è l’inganno, dato che la cultura è un dato di potere, non è per nulla detto che possa essere sempre uno strumento di emancipazione: la cultura può essere anche strumento di violenza. L’espressione “cultura” non significa nulla, se non la riempiamo di significati materialistici, sociali e politici, perché si sono date stagioni della vita politica e culturale nel nostro paese in cui questo termine ha glorificato l’arrivo di un Messia.
Con Said, siamo in grado di comprendere che la cultura non è stata solo una forma di emancipazione dell’umano, ma lo strumento primario attraverso cui si è potuto legittimare il dominio coloniale, perché, se un giorno gli è venuto in mente a qualcuno di andare ad esportare un modo di vivere superiore, democratico, in terre altre, lo ha fatto perché c’era un sistema culturale ampio che permetteva quel tipo di pensiero.
I nostri pensieri nascono sempre da una rete culturale ampia; è chiaro che, se questa rete segue certe direzioni e non riusciamo a difenderci, e cadiamo nella trappola; se ci difendiamo, invece, no, soprattutto con l’idea di cultura di Said.
