L’Io frammentato: il sé proteiforme nell’era digitale

sé proteiforme

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Il nuovo modo di pensarsi nel contesto odierno porta gli individui ad avere una visione meno unitaria di sé stessi. Questo fenomeno prende il nome di sé proteiforme, teorizzato dallo psichiatra statunitense Robert Jay Lifton.

Lo stile dell’uomo proteiforme «è caratterizzato da continui cambiamenti nell’identificazione e nelle convinzioni e deriva da fattori generali quali velocità dei cambiamenti storici, la rivoluzione dei mass media e gli effetti dell’olocausto del XX secolo. Il sé non può più essere considerato un concetto fisso».

R. J. Lifton riprende questa concezione dal mito greco di Proteo, narrato da Omero nel libro IV dell’Odissea. Il dio marino, in grado di cambiare forma con relativa facilità — da cinghiale a leone, da drago a fuoco — rappresenta nella concezione moderna l’identità vera e instabile che è difficile da conquistare. Lo stile proteiforme dell’auto-elaborazione è caratterizzato da una serie interminabile di esperimenti ed esplorazioni, ognuno dei quali può essere facilmente abbandonato a favore di nuove ricerche psicologiche. Come osserva Lifton, tale stile non è affatto patologico e può benissimo essere uno dei modelli funzionali dei nostri giorni.

Il sé proteiforme nel mondo digitale

Con l’avvento delle nuove tecnologie, il concetto di sé proteiforme si è diffuso in modo più ampio. S. Turkle ha analizzato come, all’interno degli ambienti digitali, gli individui abbiano più possibilità di fare nuove esperienze e costruire più identità all’interno di spazi virtuali. Come emerso dai suoi studi su Second Life, «la vita sullo schermo è meglio di niente, poi diventa meglio di tutto. Qui il sé è proteiforme in modo rassicurante».

L’identità, oltre a essere fluida e mutevole come la intendeva Lifton, oggi diviene più divisibile attraverso gli avatar e l’infinità di schermi con cui veniamo in contatto. Il concetto di sé proteiforme, precedentemente utilizzato per proteggersi e adattarsi a situazioni limite, cambia forma: internet diventa fondamentale non solo per affrontare situazioni traumatiche, ma anche per sperimentare ed esplorare nuove versioni di sé stessi.

Bibliografia

Lifton Robert Jay (1971), “Protean man”, Archives of general psychiatry, Vol. 24, Aprile, pp. 298-304.

Omero (2010), trad. it. Odissea, a cura di Vincenzo Di Benedetto, BUR Rizzoli, Milano.

Turkle Sherry (2011), trad. it. Insieme ma soli, Einaudi, Torino 2019.

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