Russia, le prime condanne per contrastare il dissenso

Nei primi 30 giorni di guerra, in Russia 60 persone sono state indagate per aver manifestato o per aver criticato il governo.

Secondo Amnesty International, nei primi 30 giorni dall’invasione dell’Ucraina in Russia le autorità hanno indagato almeno 60 persone che hanno manifestato pacificamente contro la guerra o hanno criticato la decisione del governo di avviarla. Le accuse nei loro confronti variano dal discredito nei confronti delle forze armate al terrorismo, fino alla dissacrazione di luoghi sacri. Nove persone sono in carcere in Russia, tre sono agli arresti domiciliari. Il 4 marzo, la Duma ha approvato una legge per punire la diffusione delle notizie false su qualsiasi genere di attività svolta da rappresentanti del governo russo, comprese le forze armate. Dieci persone sono accusate di averla infranta. Rischiano fino a 10 anni di prigione, che possono diventare 15 se le loro parole o ciò che hanno scritto hanno causato gravi conseguenze.

Gli indagati

Il 16 marzo Veronika Belotserkovskaya, una blogger con 850.000 follower su Instagram che si occupa di gastronomia, ha ricevuto un’incriminazione per “aver consapevolmente diffuso false informazioni in merito alle forze armate russe, utilizzate per distruggere le città e la popolazione civile dell’Ucraina, compresi i bambini“. Sergey Klokov, funzionario tecnico del dipartimento di Polizia di Mosca, è stato arrestato il 18 marzo. L’accusa rivolta nei suoi confronti è di aver diffuso “notizie false” nel corso di telefonate con persone residenti in Crimea. Andrey Boyarshinov, un attivista di Kazan, ha subito l’accusa di aver “giustificato il terrorismo”. Dovrà scontare due mesi di arresti domiciliari per aver pubblicato messaggi contro la guerra su un canale Telegram.

Il 22 marzo, Aleksandr Nevzorov, un giornalista, ha ricevuto l’accusa di aver diffuso “notizie false”. Nevzorov aveva denunciato, in un post su Instagram, gli attacchi russi contro l’ospedale ginecologico di Mariupol. Il 24 marzo Irina Bystrova, insegnante d’arte di Petrozavdosk, è stata accusata di diffusione dello stesso reato e di “giustificazione del terrorismo”. L’insegnante aveva pubblicato alcuni post contro la guerra sulla piattaforma social VKontakte. Sotto indagine anche Izabella Yevloyeva, giornalista della repubblica dell’Inguscezia. La donna ha definito sui social media la lettera Z come “sinonimo di aggressione, morte, sofferenza e vergognosa manipolazione“.

Nove attivisti e artisti di strada sono sotto indagine per aver disegnato graffiti “motivati dall’odio”. Rischiano fino a tre anni per aver utilizzato frasi come “La guerra è la fine del buon senso“. Il 23 marzo un attivista di San Pietroburgo, Nikolay Vorotynov, è stato arrestato per aver disegnato la bandiera ucraina sopra un obice della Seconda guerra mondiale in un museo di guerra all’aria aperta.

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