La tempesta monumentale di Alessandro Serra

Rotto l’incantesimo della scena, gli spettatori del Piccolo Teatro di Milano liberano gli attori de La tempesta di Alessandro Serra con un lungo applauso. Così come aveva voluto Shakespeare, che nello scrivere quest’ultimo dramma aveva consegnato al pubblico il suo testamento spirituale. Un testo denso, immenso, intessuto di infinite trame e linee narrative, che è anche un manifesto sull’essenza stessa del teatro.

Nell’atto quarto Prospero, che la critica ha identificato con il poeta stesso, avverte sull’identità tra gli spiriti monelli che affollano la sua isola e gli attori e preannuncia l’imminente dissoluzione dell’incantesimo e dell’intero globo – The Globe era anche il nome del più famoso tra i teatri calcati da Shakespeare. Si ritirerà il vecchio spodestato Duca, perché le sue forze scemano e la sua arte lo abbandona. Si ritirerà il Bardo e la magia sparirà, “into thin air”. Ci chiederemo ancora, come i naufraghi, se le nostre visioni siano state realtà o sogno, per poi ricordare e sorridere che noi e i sogni siamo fatti, in fondo, della stessa sostanza (“We are such stuff as dreams are made on” The Tempest, William Shakespeare, 4.1).

La tempesta di Alessandro Serra

La Tempesta di Alessandro Serra è uno spettacolo dall’impianto monumentale che monta infinite illusioni su questo confine tra realtà e sogno, sviluppando all’ennesima potenza l’intuizione del testo shakespeariano. Sbaraglia i sensi dello spettatore, consegnando delle scene che sono quadri al limite del surreale. A partire dall’attacco potentissimo, che deforma il buio della sala nel buio delle onde del naufragio, per finire con il crescendo di luce che acceca lo spirito Ariel. L’utilizzo delle luci e dei pochi elementi scenografici insegue il desiderio di costruire un spazio fluido, che costantemente prende nuove forme e costantemente muta.

“Posso prendere un qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico vuoto. Un uomo attraversa questo spazio vuoto mentre qualcun altro lo guarda, e questo è tutto ciò di cui ho bisogno perché si inizi un atto teatrale”, sembra riecheggiare l’insegnamento di Brook. Rapiti dalle ombre, dalle geometrie evocative, dalle quinte che si aprono, dai chiaroscuri che crescono fino a saturazione, non ci resta che prendere atto di tutta la magia sottile del teatro, capace ancora di stupire e mirare al grandioso, commuovere e nutrire l’immaginazione. 

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Tra Shakespeare e Serra

Un lavoro talmente sorprendente nell’accentuare la potenza dell’immagine che però, va detto, sembra a tratti soffocare le sfaccettature di un testo sicuramente molto complesso. Offuscato è il rapporto con Calibano, prima immagine letteraria rilevante dell’incontro tra l’uomo europeo e il nativo. Immagine destinata a rimanere per secoli sul fondo della coscienza occidentale. Quasi sfocato dall’estetica mastodontica è il discorso metateatrale, assediata la linea comica. È come se quel telo nero meraviglioso di seta tempesta [sic.] che apre lo spettacolo non si posasse mai, e l’abile arte alchemica di Serra non riuscisse a tradursi fino in fondo nelle parole degli attori. Se la narrazione della Tempesta di Shakespeare, infatti, è articolata e convergente, la Tempesta di Serra si spalanca densa, ma immobile. Un buco nero meraviglioso che sprigiona l’equivalente di universi paralleli e fantastici, e, per la durata dell’incantesimo, risucchia inesorabilmente lo spettatore. 

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Federico Demitry
Federico Demitry
Nato e cresciuto in provincia di Lecce, si è laureato in Lingue, letterature e culture straniere presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Vive e lavora come insegnante a Milano, collaborando con diverse riviste. Si occupa principalmente di letteratura e teatro.

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