Una settimana fa ci lasciava “Re Giorgio”. La storia, i valori e lo stile intramontabile

La sua attenzione per le persone ed il presente ha portato Giorgio Armani ad avere un dialogo aperto con il pubblico.

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A credere che il tempo non sarebbe passato mai ce lo ha insegnato lui  «Il segno che spero di lasciare è fatto di impegno, rispetto e attenzione per le persone e per la realtà. È da lì che tutto comincia».   Il “Signor Armani” come è sempre stato chiamato con rispetto e ammirazione da dipendenti e collaboratori, ha creato una visione che dalla moda si è estesa ad ogni aspetto del vivere, anticipando i tempi con una eccezionale concretezza e lucidità. La sua infinita curiosità ed attenzione per le persone ed il presente, lo ha portato ad avere un dialogo aperto con il pubblico. Figura amata e rispettata per la capacità di comunicare con tutti.

La carriera di Armani, era cominciata alla Rinascente di Milano dove, dopo avere lasciato gli studi di medicina, aveva cominciato a lavorare come vetrinista. 

Qualche anno ancora, nel 1965, Nino Cerruti – passando di lì – si accorse che quegli allestimenti su corso Vittorio Emanuele erano di un sofisticato senza precedenti. Lo volle per ridisegnare la confezione della sua azienda, la Hitman. 

In seguito fonda la “Giorgio Armani”. La sua conoscenza lo porterà a capire più degli altri cosa sarebbe stato perfetto per vestire i corpi – quelli «reali», come sottolineava sempre lui.  Prima «invenzione» Storica: il termine «stilista».  «Io non sono né un couturier né un sarto ma mi sentito uno che crea uno stile, uno stilista». 

Per lui veniva prima di tutto chi indossa i suoi vestiti, e solo poi la moda, le tendenze, le manie del momento.

Nel 1980 lancia il simbolo della sua rivoluzione, quella con cui sfonda: la giacca destrutturata. Prende le classiche costruzioni sartoriali e le svuota, le rende morbide, avvolgenti, comode senza perdere la silhouette. È esattamente quello che di cui le donne hanno bisogno, solo che ancora non lo sapevano. Le donne sono più forti e potenti, le vestì pensandole sedute a una scrivania o di corsa a prendere un taxi.  Gli uomini sempre meno “inscatolati” con l’alleggerimento dei pantaloni. In quello stesso anno, un regista di Hollywood, Paul Schrader, lo contattò per disegnare gli abiti del suo «American gigolò», con Richard Gere. Fu la consacrazione negli States. E non si ferma più. Gli Intoccabili, the Wolf of Wall Street, The social network. 

Nel 1981 alla prima linea s’affianca Emporio Armani, quella pensata per i giovani: i jeans, le felpe e gli accessori con il logo dell’aquilotto diventano uno degli status symbol della nuova generazione. E poi c’è il jeans, e più di recente la linea sportiva EA7, adorata dai più giovani. In soli sette anni dalla fondazione del brand arriva la copertina di Time. Prima di lui era successo solo a Christian Dior. Era il 1982. «La copertina può soddisfare la mia vanità, ma è l’attenzione che hanno dedicato al mio lavoro che mi dà grande piacere professionale. Hanno capito il valore di un impegno che non consiste nel disegnare qualche modello, ma nel cercare continuamente di adattare un modo di vestire e di vivere, vivere, vivere, un’idea a una possibilità di riproduzione industriale», aveva commentato.

Da lì una cavalcata unica, senza perdere mai un colpo, ma anzi costruendo un pezzo di storia in più ogni stagione, avanti e ancora avanti: «Ogni giorno dal mio lavoro imparo qualcosa», diceva sino all’ultimo. 

Nel 1992 veste Jodie Foster agli Oscar, quando l’attrice viene premiata per il ruolo ne Il silenzio degli innocenti: le prime avvisaglie di come il red carpet si trasformerà di lì a poco in una passerella d’alta moda. Se proprio si deve fare un paragone, l’unico altro creativo ad aver tanto cambiato il costume è stata Coco Chanel. Quando si dice che l’opera di Armani è unica, è perché lo è. Nessuno come lui ha capito il proprio tempo, trasformandolo in abiti. Leggenda vuole che poco prima della sfilata decida di inserire dei capi a pois. È troppo tardi per produrli e allora, pennarello alla mano, li disegna lui stesso sul tessuto. «L’intuizione è tutto», dirà anni dopo ricordando quei momenti. «È la capacità di cogliere un sentimento, un’impressione tra le mille che s’affollano nel quotidiano, stabilendo una diversa relazione causa – effetto. Non c’è alcun percorso che non possa essere cambiato, perché la moda è attualità e comunicazione. Ma non per seguire le manie del momento, quanto per esprimere meglio i miei concetti».

Nel 2005 debutta a Parigi con la haute couture la sua Armani Privé diventa subito il riferimento delle star sul red carpet e delle poche, fortunate donne che comprano l’alta moda. Inventa con la sorella Rosanna l’EA Magazine. 

Ancora, c’è la linea casa, che nel 2010 si evolve fino a diventare una catena di hotel di lusso, gli Armani Hotel, 5 stelle dal lusso non esibito, che a loro volta hanno aperto la via ai primi condomini, ovviamente sempre di lusso, firmati Armani.  

Nel 2020: quando il Covid inizia a fare davvero paura, è il primo stilista a rinunciare alla passerella dal vivo – è in corso proprio la fashion week milanese – per sfilare a porte chiuse e mettere così in sicurezza ospiti e impiegati. 

Ancora: è il primo a invocare un rallentamento dei ritmi frenetici della moda, e a dare l’esempio donando milioni alle associazioni di beneficenza che si occupano di supportare la popolazione in difficoltà e ad avviare nei suoi stabilimenti una produzione di camici ospedalieri monouso, diventati praticamente impossibili da reperire durante i picchi del contagio. Lui c’è sempre, in prima fila, e questo il pubblico se lo ricorderà sempre. I suoi gesti sono sempre sinceri e sentiti.

Lo dimostra ancora una volta nel febbraio 2022, a pochi giorni dall’inizio della guerra in Ucraina, quando sfila senza musica in segno di rispetto per le vittime del conflitto, e si commuove fino alle lacrime davanti ai giornalisti pensando ai bambini sotto le bombe. 

 La gente capisce come lui creda in quello che dice e in quello che fa. Lo dimostra l’entusiasmo quando, nel maggio 2023, l’Università Cattolica della sua Piacenza gli attribuisce la laurea honoris causa in global business management: la folla di concittadini e universitari accorsi ad applaudirlo blocca mezza città. 

Con lui è sempre così: quando nel settembre dello stesso anno sbarca a Venezia con una sfilata speciale della sua Armani Privè, passa le giornate affacciato al ponte del suo yacht e a terra a salutare, abbracciare e lasciarsi fotografare con i suoi tantissimi ammiratori. Ma non è un sentimento limitato solo al grande pubblico: gli addetti ai lavori lo stimano, lo lodano, lo ammirano. Ma, al di là delle star che veste, è Armani stesso un divo: spesso viene fermato dai fan, a cui non pare vero di vederlo di prima mattina, nella vetrina della sua boutique in via Sant’Andrea, intento a sistemare i manichini. Lui non si nega mai a una foto, a un autografo, a un saluto.

Il lavoro per lui è tutto, non ha difficoltà ad ammettere d’averle sacrificato la sua vita personale. Ma, aggiunge, «Provare rimpianti è un sentimento inutile, che fa male. Ma rifarei tutto».

Un impero con al centro sempre la sua visione: una moda coerente, programmatica, mai immobile e soprattutto mai «ridicola», un termine che lui detestava. «Lo stile», diceva, «è eleganza, non stravaganza. L’importanza è non farsi notare, ma ricordare».

Negli anni d’oro delle top model, quelle che hanno fatto la storia, Armani e gli stilisti della sua generazione hanno vestito le donne che ancora oggi sono regine indiscusse della passerella. Tra loro Naomi Campbell che ha salutato ‘Re Giorgio’ definendolo un “uomo di poche parole, ma d’azione”. “La sua passione era incrollabile, la sua precisione ineguagliabile dal modo in cui tagliava la stoffa al modo in cui assemblava i colori, da come ci immaginava modelle dalla testa ai piedi, fino all’ultima ciocca di capelli. Giorgio Armani era un perfezionista. Vederlo al lavoro significava guardare un maestro nella sua arte. Un dono per il mondo”. 

Per lo stilista americano Michael Kors, Armani “Ha veramente cambiato il modo di vestire e di vivere quotidiano di donne e uomini in tutto il mondo. E’ una delle vere icone di tutti i tempi e rimarrà tale”.

“Uno dei più grandi creatori degli ultimi 100 anni”. Lo definiscono così Jean-Paul Agon, presidente, e Nicolas Hieronimus, amministratore delegato del Gruppo L’Oréal. “

“Era un visionario la cui influenza andava ben oltre il design“, con queste parole Leonardo Di Caprio descrive Giorgio Armani

Lo stilista piacentino ha lasciato un profondo vuoto la cui eco risuona in ogni angolo del mondo. Perché Armani, per molti, rappresentava il re della moda italiana che aveva fatto il giro del globo all’insegna di un’eleganza che difficilmente passava inosservata. Era una forza leggendaria che ha ispirato generazioni, la sua eredità continuerà a plasmare e a elevare il mondo negli anni a venire. 

Applausi da parte di noi tutti. Applausi che amava, esigeva, meritava. Anche quando avrebbe potuto farne a meno per gli affetti, gli anni, il successo, il denaro, la fama, i palazzi, le barche… 

«Perché dovrei fermarmi o “fregarmene”»,. «Io sono il mio lavoro se lo facessi significherebbe che non m’importa nulla di me».

Giorgio Armani ha voluto che l’ultimo saluto fosse riservato alla famiglia, agli amici e ai più stretti collaboratori: nel borgo piacentino di Rivalta che tanto amava, sulle rive del Trebbia, il torrente la cui sabbia grigio-beige lo aveva ispirato fin dall’inizio della carriera nei colori delle sue creazioni.

A 92 anni, avrebbe fatto un passo indietro, per riposarsi un po’. In realtà, ha continuato a lavorare fino alla fine. La leggenda racconta che sempre di più divenne il primo a entrare e l’ultimo a uscire spegnendo sempre la luce. Spenga pure lei la sua luce, signor Giorgio Armani. È giusto così. 

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