Pentedattilo, tra leggenda e suggestiva natura

Pentedattilo è un presepe di case costruite sulle rocce, adagiate ai piedi del Monte Calvario, un enorme masso simile ad una mano ciclopica.

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Quando sono stata per la prima volta a Pentedattilo, mi sono trovata davanti ad uno dei borghi più impressionanti della Calabria. Un’immagine surreale che mi ha tenuta incollata al parabrezza. Più mi avvicinavo, più l’impatto visivo era così forte che ho pensato a come la natura avesse creato questa meraviglia. In mezzo alle distese di ginestra, agli ulivi, ai gelsi e ai fichi d’India, e in primavera ai mandorli in fiore e alle mimose. La visione è così magica che compensa di ogni fatica sopportata per raggiungerla.

Pentedattilo è un presepe di case costruite sulle rocce, adagiate ai piedi del Monte Calvario, un enorme masso simile ad una mano ciclopica, le cui cinque dita, ormai non più evidenti per via dell’erosione, spiegano l’origine del nome proveniente dal greco, “ Pentadàktylos”. 

Proprio sotto questo Monte fu edificato dapprima il Castello, e poi tutto intorno il borgo antico. Un borgo attraversato da fantasmi, ma anche da una straordinaria natura e dalle storie dei nuovi abitanti resilienti, artisti e pastori, che lì hanno trovato un nuovo stile di vinta “ lento”. 

Fu abbandonato definitivamente alla fine degli anni 60 e 70 a seguito di un decreto di sgombero che costrinse gli ultimi abitanti a spostarsi a valle verso Melito di Porto Salvo. Dagli anni 90, grazie all’attività di associazioni, all’apertura di botteghe di artigianato tradizionale e ai vari festival, Pentedattilo è rinato e attira tantissimi viaggiatori e turisti, soprattutto d’estate.

Pentedattilo è un vero e proprio set cinematografico a cielo aperto. Misterioso e seducente con una storia sospesa, che attinge a una lugubre strage familiare “strage degli Alberti” dal nome della nobile famiglia che nella seconda metà del Cinquecento reggeva il territorio. 

La tragedia  investì due famiglie calabresi: gli Alberti, marchesi di Pentedattilo e gli Abenavoli, ex feudatari del borgo. Anni di grandi rivalità accesero le tensioni, che parvero scemare nel 1680 col progetto di matrimonio tra Antonietta Alberti, figlia del marchese Domenico e il barone Bernardino Abenavoli, capostipite della famiglia. Le ostilità rimasero solo momentaneamente sopite. Nel 1685 Domenico Alberti morì e prese il suo posto Lorenzo, suo figlio, che sposò Caterina Cortez, figlia del consigliere dei Vicerè di Napoli. La notizia del matrimonio attraversò la Calabria e a Pentedattilo si presentarono in tantissimi per festeggiare il marchese Lorenzo. Proprio in quella occasione Don Petrillo Cortez, fratello della sposa, incontrò Antonietta Alberti e se ne innamorò. Chiese dunque a Lorenzo la sua mano ed egli acconsentì.

Bernardino Abenavoli andò su tutte le furie alla notizia di questo fidanzamento e si sentì così profondamente ferito nell’orgoglio che promise vendetta. La notte di Pasqua del 16 aprile del 1686 si introdusse, con l’inganno e aiutato da un servo infedele della famiglia Alberti, all’interno del castello di Pentedattilo assieme ai suoi uomini armati. Sparò a Lorenzo nella sua camera da letto due colpi mortali e lo finì con quattordici pugnalate. Uccise poi Simone, il fratello di nove anni di Lorenzo e Antonietta, sbattendolo contro una roccia. Risparmiò la stessa Antonietta, sua sorella Teodora e sua madre, ma Don Petrillo Cortez venne preso in ostaggio per evitare ritorsioni. Bernardino portò con sé a Montebello Ionico sia Cortez che Antonietta, che alla fine riuscì a sposare nella chiesa di San Nicola tre giorni dopo la strage.

La notizia della tragedia arrivò al Governatore di Reggio Calabria, il quale mosse l’esercito per liberare i due ostaggi e catturare tutti gli esecutori, condannandoli a morte. Il barone però riuscì a fuggire e portò con sé la sua giovane moglie. Rinchiusa quest’ultima in un monastero di clausura, scappò a Malta e poi a Vienna, città nella quale si arruolò nell’esercito austriaco. Sarà nel 1692, durante una battaglia navale a capo di quest’ultimo, che perderà la vita. Antonietta ottenne l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota nel 1690 e rimase tutta la sua vita in clausura consumata dal senso di colpa. 

Fino a pochi decenni fa, la gente del posto indicava in una parete della sala del palazzo in rovina, l’impronta delle cinque dita insanguinate del marchese Lorenzo, la cui forma stranamente coincide con quella della rocca di Pentedattilo.

Questa storia ha dato vita a tantissime leggende, una tra le quali narra che nelle notti d’inverno, quando imperversa un vento violento, si possono sentire le urla di Lorenzo Alberti. Nelle notti di luna piena, invece, paiono sentirsi le voci di chi è morto nella strage: reclamano vendetta dall’aldilà.

Fu dunque un delitto passionale ed efferato a insanguinare il borgo di Pentedattilo, destinato, secondo la maledizione, a rinchiudere le sue cinque dita rocciose sull’abitato, perciò dette  “mano del Diavolo”.  Cosa aspettate? Il borgo fantasma e la sua  leggenda vi attende.

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