Hasta la Giorgia siempre!

Il voto conta ma serve anche avere contezza di quanto conta nel nostro Paese, cioè conta dire sinceramente cosa siamo.

C’è una cosa che si pensa e non si dice, e la si pensa, come dire, a metà. Non si vorrebbe pensarla. Invero: governi pure la Meloni. Magari non con i ¾ di un parlamento dimezzato, ma che governi e gestisca lei la crisi, o meglio le crisi, dopo anni di opposizione irresponsabile. E che governi con Salvini, legato a Putin – a Meloni va il merito di essere atlantista, o almeno di spacciarsi per tale. A ben vedere, io credo sia questa la strategia, malcelata, del PD, invotabilmente lettiano.

È un ragionamento indicativo di come la politica non sia più decisore effettivo di nulla; o perlomeno non percepisca o voglia percepire sé stessa come tale. Gara a chi riesce a non governare ma al tempo stesso a non far governare gli altri, il parlamentarismo avrebbe anche il suo fascino decadente se non fosse ormai la palude dove non si sceglie cosa fare della dolce devastazione in cui versa il nostro Stato. E di questo sarebbe davvero facile se fosse responsabilità della politica, quando invece è per la maggior parte della società (in)civile, che noi siamo.

Eppure, i primi sussulti per la nostra belle epoque mi sembra si siano ben manifestati, e la democrazia si inviluppa velocemente nel plesso problematico di rappresentanza, benessere, sviluppo. E non sa scioglierne il nodo. (Non che gli autoritarismi se la passino meglio: la tendenza fondamentale del nostro tempo è anarchizzante e dispersiva, rappresentante e rappresentanza sono sempre più lontani, ma così anche potere e potenti. Non credo possiamo ancora capire cosa c’è al di là). Per il mondo democratico, il teorema, ridotto ai minimi termini, è questo: c’è democrazia solo se c’è benessere; c’è benessere, concetto vago, solo dove c’è sviluppo; ma lo sviluppo non è infinito. Ciclicamente la democrazia, matura o meno che sia, si trova sulla soglia del cortocircuito tra questi elementi, ed entra in crisi. Per inciso, capita anche che, in questi passaggi, sia proprio la partecipazione democratica a porre fine alla democrazia, forse perciò altre strade dovrebbero essere percorse, oltre la rappresentanza… ma torniamo all’oggi e al 26 settembre.

Che governi la Meloni quindi, magari non con i ¾ del parlamento, sicuramente non con il mio voto. Ma cosa ci sarebbe dopo? Prima, cosa non ci sarebbe intanto: il fascismo e balle varie. Ché per fortuna, grazie ai Cossiga, gli Andreotti, gli Uncle Joe etc, il nostro Stato profondo da Paese, giustamente, a sovranità limitata, funziona ancora. E poi basta con questa retorica “i fascisti”, quasi fossero state bestie rare di passaggio. Per vent’anni quasi tutti gli italiani sono stati fascisti, e sarebbero stati fascistissimi proprio tutti quei comodi benpensanti che ora ne invocano il pericolo.

Cosa ci sarebbe dopo? Ad essere realisti, e quindi a considerare gli italiani per quello che sono: Paragone. È più logica che disfattismo. Sottovalutare gli italiani è semplice, ma altrettanto non bisogna sottovalutare il tempo. Cinque anni sono tanti, tanto più in questa burrasca, e qualcosa contro Italexit et similia ci inventeremo. Vedasi la voce sopra “Stato profondo”.

C’è poi un’altra retorica insopportabile, ed è quella apologetica dell’astensione. Certo fa parte della crisi delle democrazie una percentuale così alta di astensione, vedasi USA. Ma non si faccia finta che l’astensione non sia nella maggior parte dei casi mero disinteresse. Ovvero: benessere. In tanti stanno bene e votare, figuriamoci impegnarsi attivamente, non cambia nulla (credono), altro che “non sentirsi rappresentati”. Si è visto nel locale, purtroppo divenuto specchio del nazionale anche qui dove scrivo – e forse era ora che i feltrini si risvegliassero dall’idea trasognante di essere una piccola città di grandi uomini, particolari, diversi e un poco migliori del circondario –: un piccolo paese, invece, di persone normali, con un mondo a misura degli occhi. Ebbene anche qui, lungi dall’essere una disagiata periferia metropolitana, si astiene chi sta bene e se ne frega. Il non voto non si rispetta né si insegue, senza tanta retorica e giri di parole.

Il voto conta ma serve anche avere contezza di quanto conta nel nostro Paese, cioè conta dire sinceramente cosa siamo.

Siamo un Paese finito che non può fallire. Viviamo al di sopra dei nostri mezzi, o forse al contrario stiamo meglio di quanto crediamo, visto che i nostri mezzi nemmeno sappiamo definirli, avendo un’economia sommersa da terzo mondo. Ma la realtà, meschina, bussa alla porta della vita e chiede il conto, leggasi inflazione e crisi energetica. In cifre, domani guadagnare 1200 euro al mese significa vivere al di sotto della soglia di povertà. Siamo, poi, un Paese di vecchi e di adulti in crisi adolescenziale, che pontificano sui giovani “sdraiati”, (interessante che in Cina, dove l’occupazione giovanile si attesta al 20%, i giovani protestino proprio sdraiandosi), dopo aver rubato loro ogni prospettiva occupazionale. E pure il voto, visto il trattamento riservato ai fuori sede. Del resto, lo studio va disincentivato: anche il dottore vuole il figlio operaio, Contessa. Di qui, ciononostante, nessuna fascinazione o mitologia per la gioventù italiana, fatta di generazioni corresponsabili del degrado culturale in cui viviamo – e che Letta vorrebbe mandare in Erasmus pure alle superiori, tanto perché studino ancor meno. Ecco appunto, la cultura. Ci emozioniamo e ce la cantiamo per avere il patrimonio storico-artistico più vasto al mondo, mentre invece sguazziamo nel degrado educativo e culturale più assoluto, incapaci di comprendere non dico un testo, ma un meme. Anche per questo, non abbiamo nessuna visione del nostro posto e destino nel mondo, altrettanto perché non sappiamo chi siamo, né a destra né, tanto meno, a sinistra. Davvero, almeno alla destra qualche idea è rimasta.

Ah, in tutto questo manca quella che è l’unica vera questione: il cambiamento climatico. Ma forse non se n’è parlato finora perché almeno su quello la politica ha fatto la cosa giusta: ha smesso di fingere. Come dice Franzen, l’apocalisse climatica è già iniziata e non possiamo fermarla. Almeno la politica fa questo: non ne parla.

Il quadro di devastazione è angosciante. Ma siamo comodi a guardarlo e a descriverlo qui, annoiati o stufi. Cioè: siamo ancora al di qua del Mediterraneo.

Pure a pensare, cupio dissolvi, ipocrisia: massì, che governi la Meloni e acceleri, se riesce, questa dissoluzione millimetrica, tramonto che non tramonta. Chissà al di là che cosa c’è.

Giuseppe Gris

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