La narrazione tossica che normalizza il femminicidio

Le parole di un'attivista di Non una di Meno sulla narrazione tossica di alcuni media nell'affrontare il femminicidio di Carol Maltesi.

Pubblichiamo l’intervista a Renata, attivista di Non Una di Meno Brescia, realizzata da Radio Onda d’urto. L’intervista è incentrata sulla narrazione tossica di alcuni media italiani che stanno affrontando in queste ore il femminicidio di Carol Maltesi. Le parole riportate sono un estratto e una rielaborazione delle dichiarazioni di Renata. Potete ascoltare l’intervista completa qui.

Bisognerebbe abolire il termine tragedia in questi casi. Questo termine, propriamente greco, fa pensare al pathos e al destino, non alle responsabilità omicide e femminicide. Fa pensare ad un meccanismo indipendente dalla responsabilità, in balia del caso e del destino. In realtà, in questi casi c’è un uomo, un “mostro”, che con “lucidità” ha operato una serie di passaggi.

La prima cosa che si nota, leggendo i giornali online, è che la parola femminicidio ricorre solo negli articoli de Il fatto quotidiano, Il globalist e in un quotidiano locale. Negli altri casi si parla di omicidio a luci rosse. Il titolo del Globalist è “Femminicidio, ecco chi è l’uomo che ha confessato di aver ucciso e fatto a pezzi la pornostar Carol Maltesi“. In questo caso, l’elemento positivo è il fatto che si parli di femminicidio e che il giornale si concentra sull’uomo, sull’autore del femminicidio. L’elemento negativo, presente in tutti i titoli, è il riferimento all’ultima professione della donna uccisa.

La Gazzetta del Sud titola: “La doppia vita di Carol Maltesi tra famiglia, viaggi e film hard“. Vorrei sapere se la doppia vita è di Carol Maltesi, a cui la vita è stata strappata, o dell’uomo che l’ha uccisa, che l’ha tenuta in frigorifero, che si recava in banca a Milano, che era il suo vicino. È l’assassino a condurre la vera doppia vita, non la vittima.

Mettere in primo piano l’ultima professione di Carol Maltesi serve all’opinione pubblica, guidata dalla narrazione tossica, a normalizzare l’evento, a ridurre la potenzialità femminicida dell’autore e soprattutto ad appiattire la complessa vita di una ragazza di 25 anni con un figlio di 5. Una donna che ha fatto fatica a vivere da sola in questi tempi di pandemia. Questa narrazione tossica ha lo scopo di normalizzare la violenza sulle donne e di rendere più facile – mentre i giornali sostengono il contrario – la sua perpetuazione.

L’intreccio tra patriarcato e capitalismo

La vittima viene riconsegnata, in quasi tutti i titoli, come fatta a pezzi. Conoscendo la sua identità, si potrebbe correttamente parlare di Carol Maltesi, non più del suo essere stata buttata in un dirupo. In questo caso, il femminicida ha negato alla vittima la possibilità di un’ identificazione dopo la morte. Con questi titoli, si pensa la vittima come fatta a pezzi, non la si pensa nella sua identità umana. La pensiamo nel modo in cui lui l’ha distrutta, non nel modo in cui lei era. Lei è consegnata nell’immaginario, nell’ambiguità, nella sparizione della complessità della sua vita secondo il modo del patriarcato, per cui una donna esiste solo relativamente ai ruoli che il patriarcato le assegna e non esiste prima di tutto come persona, nella complessità della sua vita.

C’è un intreccio tra patriarcato e capitalismo. Un titolo pruriginoso attira più lettori e di conseguenza fa guadagnare di più. C’è una responsabilità grandissima delle giornaliste e dei giornalisti, perché il titolo è l’elemento che orienta la lettura. Se un titolo contiene degli elementi tossici, esso intossica l’intero articolo. La battaglia rispetto all’informazione è fondamentale. Le donne devono essere libere di mantenersi come possono e come credono. Nessuno ha il diritto di ridurre la personalità di una donna alla sua ultima professione per poter attirare un’attenzione morbosa.

Alberto Pizzolante
redazione@likequotidiano.it

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