Grande importanza va attribuita ad Aristotele, che ha riconosciuto l’importanza del fatto che la perfezione non esiste e credeva nel cambiamento in positivo. Per lui, la politica è una scienza pratica e un’arte, il cui massimo significato si realizza nello Stato. Il fattore fondamentale è l’educazione, che si realizza nella politica, dove il bene supremo è la felicità, massima nell’uso della ragione e nell’esercizio della virtù. Bisogna preparare l’individuo alla vita politica, e questo percorso inizia in tenera età.
Nell’opera La Politica (Libri VII-VIII), Aristotele si occupa del modo migliore di educare i fanciulli. Tre sono i mezzi con cui l’uomo diventa eccellente e buono: la natura, l’abitudine e la ragione. L’educazione si apprende con buoni esempi e la moderazione nell’esercizio delle virtù etiche.
L’educazione deve mirare a subordinare il corpo all’anima e gli appetiti alla ragione. Aristotele individua la figura del sovraintendente/educatore e l’attività ludica come elementi principali. L’educazione deve corrispondere al tipo di costituzione e deve essere impartita a cura della città, costituendo il primo abbozzo di scuola statale. Le materie come le lettere, la ginnastica e il disegno sono funzionali, mentre la musica è inclusa perché l’educazione deve anche servire a praticare un “bell’ozio” liberale e nobile, scopo che è il fine della felicità e della vita beata.
La Sintesi Tomista
Tra coloro che cercheranno di accordare il pensiero di Aristotele con la tradizione cristiana vi è Tommaso d’Aquino. Egli attua una sintesi, descrivendo l’apprendimento come un passaggio dalla potenza all’atto. L’intelletto possiede i concetti primi e universali di tutte le scienze «in potenza», grazie al lume dell’intelletto agente che fa da motore principale.
I suoi scritti principali dedicati all’educazione sono: l’undicesima delle Quaestiones disputae de Veritate, intitolata De magistro, e la Summa Theologiae.
Il maestro non è l’agente principale, ma un conduttore o causa seconda che fornisce aiuti e strumenti. Egli è il veicolo di un sapere che deriva dal supremo intelletto divino, e «fa scattare l’interruttore interiore nell’allievo» sottoponendo esempi sensibili analizzabili alla luce di principi innati. Tommaso nega che l’uomo possa essere maestro di sé stesso, poiché ciò implicherebbe possedere le stesse conoscenze contemporaneamente in potenza e in atto, con conseguenza assurda.
L’insegnante partecipa della vita contemplativa (la materia insegnata) e della vita attiva (l’atto di insegnare per il bene del prossimo). Egli è orientato alla salvezza eterna e alla scoperta di Dio, la cui ragione è ancella della fede. Come Aristotele, Tommaso afferma che il fattore educativo crea non solo il buon cristiano ma anche il buon cittadino, perseguendo il bene comune attraverso l’equilibrio tra ordine e giustizia.
