“Piazza canta”. Alla conquista degli indecisi dalle idee chiare

Il prossimo risultato elettorale sancirà il disconoscimento di una classe politica dalla quale il popolo stesso non si sente rappresentato.

Piazza Duomo a Milano semivuota, di domenica pomeriggio, durante il comizio di Giorgia Meloni, è forse il riassunto perfetto del risultato elettorale che da qui a pochi giorni sarà ufficializzato: quello di un partito che vincerà le elezioni con la maggioranza dei voti di una minoranza di elettori.

È il paradosso. È l’immagine di una politica che è distante e che distanzia, di programmi elettorali che sono solo slogan, di ideali e di valori che possono essere sacrificati sull’altare di una mera alleanza elettorale. Perché alla fine, “dobbiamo dircelo chiaramente”, in politica l’importante è vincere.

Lo sa bene Silvio Berlusconi, che per questa campagna elettorale ha fatto sedere ancora una volta in panchina Antonio Tajani prendono direttamente in mano lui le redini del Partito, della serie: la presidenza è come il posto fisso, non si lascia mai. Punta tutto sui social, con una comunicazione politica probabilmente esagerata e fuori target, perché è fisiologico che una persona di 85 anni non sia adatta a parlare ai giovani. Ma, d’altronde, in questa campagna elettorale abbiamo sentito tanti politici parlare di giovani, pochi o nessuno parlare a loro.

Lo sa bene Matteo Salvini, sa di non essere lui, questa volta, il cavallo di punta della coalizione, o almeno “CREDO”. Matteo Salvini è il Toto Cotugno della politica italiana. No, non “un italiano vero”, ma l’eterno secondo. Perché se Toto Cotugno è l’artista con il maggior numero di secondi posti a Sanremo, Matteo Salvini ha sempre sfiorato le vette delle gerarchie politiche italiane senza, di fatto, mai raggiungerle. Come quando il suo era il partito più votato del centro destra e ha dovuto poi fare i conti con la variante grillina, cedendo all’accordo giallo-verde che ha portato Giuseppe Conte a palazzo Chigi e lui (o LVI) “solo” al Ministero dell’interno.

Lo sa bene Giorgia Meloni, che probabilmente dalla prossima settimana oltre ad essere una donna, una mamma e una cristiana sarà anche la prima donna Presidente del Consiglio italiana (brividi). Un primato già tanto rivendicato dai suoi “SoStenitori” durante questa campagna elettorale e che tanto rode al PD e alla coalizione di centro sinistra che di parità di genere tanto ha parlato ma poco ha applicato. La sua comunicazione politica è interamente incentrata sulla sua persona, con comizi degni dei più grandi stand up comedians. E infatti, rido tanto quando leggo il suo programma, riderò un po’ meno quando vincerà le elezioni. Quindi no, Giorgia, non siamo ancora “PRONTI”.

Non lo sa, invece, Enrico Letta. Per carità, la speranza è l’ultima a morire e una battaglia non è mai persa in partenza. Ma non si può svendere e snaturare un Partito nel nome di una rimonta tanto difficile quanto improbabile. Piuttosto, questa campagna elettorale poteva essere l’occasione per ritrovarsi e ricompattarsi, per parlare di valori e di programmi comuni, per ascoltare le istanze di un elettorato che fa veramente tanta fatica ad inquadrarsi e a riconoscersi in quello che loro sono oggi. Insomma, il Partito Democratico di Letta arriva al voto del 25 settembre ancora con il cartello “lavori in corso” e con i vari, tanti esponenti che ancora provano a fare i loro esperimenti (vedi Michele Emiliano in Puglia e De Luca in Campania).

Mancano quattro giorni alle elezioni. Cinque giorni di campagna elettorale sfrenata in cui non si disdegneranno neanche le ospitate a pomeriggio 5 da Barbara D’Urso pur di provare a strappare una preferenza (o meglio un voto di lista – così si invita a votare) agli elettori ancora indecisi. Ma la verità è che l’indecisione non sta tanto in quale Partito o leader votare, ma sul SE votare. E badate bene, perché questa volta è diverso. Questa volta il non voto non sarà solo per incoscienza civica o disimpegno di un diritto e dovere politico. Questa volta sarà una scelta meditata, una scelta di disconoscimento di una classe politica che sarà eletta come “rappresentante del popolo” ma dalla quale il popolo stesso non si sente rappresentato.

D’altronde, basta guardare le piazze.

Daniele De Santis

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