La riflessione di Cloe Bianco sulla libera morte

Pubblichiamo una riflessione di Cloe Bianco sulla libera morte, pubblicata sul blog PERsone TRANSgenere.

«La libera morte è un’espressione linguistica assai rara nel contesto italiano, la potremmo anche rendere con morire di propria mano (autochiria), o morte volontaria, oppure autodeterminata; meno appropriato è il termine suicidio in quanto ha un’accezione, nella lingua corrente, quasi sempre negativa, associata assai spesso a decisioni prese d’impulso, frutto d’un gesto inconsulto, folle, sconsiderato o disperato. Va anche detto da subito che le considerazioni che seguono sulla libera morte non sono un elogio ad essa, bensì ponderate riflessioni sulla vita e sulla morte, senza dimenticare né la prima né la seconda in quanto entrambe realtà dell’esistenze tutte.

Da subito ci tengo anche a esporre che queste riflessioni hanno trovato un assai valido contributo dagli scritti di Jean Améry, in particolare da Levar la mano su di sé -discorso sulla libera morte-, divenendo un punto di riferimento sulla fine autodeterminata della propria vita, specialmente da parte di chi ha vissuto esperienze estreme di disumanità. La scelta della libera morte, ossia del morire di propria mano, è frutto di lunga riflessione, di lunga ponderazione e preparazione, di considerazioni molto umane e profonde che solo poche persone fanno, riflessioni che riguardano la dignità della propria esistenza, riflessioni sull’umanità e sulla libertà, quindi tutt’altro che un gesto improvviso e inconsulto che arriva come un fulmine a ciel sereno. Il morire di propria mano implica il massimo della ponderazione, della riflessione, della maturazione della scelta.

Cos’è quindi la libera morte, vale a dire il levar la mano su di sé? Essa è un cammino, è un avvicinamento progressivo alla morte libera, ch’è molto di più del puro atto di terminare la propria esistenza. La morte libera è attività, diversamente dall’attendere quella biologica (per esaurimento biologico del corpo) o per caso fortuito, ch’è un atto passivo. È autodeterminazione, dunque attività sulla fine della propria vita. La morte libera tenta di risolvere la contraddizione originaria, ma senza poterlo fare. Il morire di propria mano, può essere senza senso, s’infrange in essa ogni dialettica e ogni logica. Il morire di propria mano è cammino verso la libertà ed è solitudine, per la persona che lo compie. La morte libera è uno sfuggire a una vita senza dignità, senza umanità e libertà, pur nell’assurdità d’una positività inutile. E la morte si fa vita come la vita si fa morte dalla nascita. È una scelta di valore della vita, anch’essa finalizzata a darne la massima dignità per quanto realisticamente possibile.

Impedire a una persona di compiere la desiderata libera morte, sarebbe la stessa cosa che ucciderla, riguardo alla gravità degli agiti d’altrui individui che si vogliono opporre a ciò. Ho elencato tante frasi per descriverla, dove ciascuna merita un approfondimento, ma per il momento può bastare così. È importante anche tenere presente che la libera morte si pone in un orizzonte di civiltà, anche se essa infrange ogni logica e ogni dialettica, così da essere senza senso. È un cammino verso la libertà e non la libertà. In quest’orizzonte di civiltà la vita non è il sommo bene, bensì la morte libera è l’atto di risoluzione della contraddizione vivere – morire, senza riuscirci.

La persona che non si nega che la vita pone davanti alle persone, da subito, la sua assurdità qual è l’inevitabile morte, non può non considerare che la vita-per-la-morte è assurda, ma questa è la ripugnante realtà. La libera morte d’una persona consegna alle altre persone il fallimento in modo radicale, irrevocabile, il fallimento al quale nessuna persona può sottrarsi. Ma chi è -o può essere, seppur non esaustivamente – la persona che sceglie per il morire di propria mano? Può essere chi ha subito condizioni di vita estremamente disumane, chi ha subito l’onta dei tentativi d’annientamento e che perciò non si sente più parte del mondo, cosicché la sua fiducia crolla. Può essere anche una persona con sensibilità particolari, ossia dotata d’un animo molto delicato, molto grande, profondo, per ciò ch’è l’umanità. Anche la persona transgenere che ha un’indiscussa considerazione positiva per la transgenerità autodeterminata e depatologizzata, per cui ha un indiscusso amore per questa sua caratteristica, può scegliere per la libera morte, specialmente per chi vive in società particolarmente avverse a ciò.

La persona che propende per la libera morte fa parte d’una minoranza, cosicché, come per tutti i gruppi sociali minoritari, è assai spesso incompresa, emarginata, isolata, ritenuta pericolosa per il quieto vivere della società. E non poche volte è anche perseguitata o maltrattata in vari modi. Un motivo di pericolosità sociale è anche che con la morte, qualsiasi essa sia, si fa perire il mondo, ed è un atto che tutte le persone compiono, volenti o nolenti, ma le persone morte di propria mano anticipano tale evento, il quale non essendo gradito non lo è neppure la sua anticipazione.

È pur vero che alla persona che ha scelto la morte libera non interessa che il mondo le dia un’immagine riflessa di sé stessa, anche se gradevole, pertanto è poco coinvolta dal terrore altrui per essa. Essa comunque rimane una verità scomoda, amara, molto amara, riprovevole, ripugnante, spaventosa, terrorizzante, questa è la realtà. Però è anche vero che l’individuo che s’è posto nell’orizzonte di pensiero della libera morte, vale a dire del morire di propria mano, sa per esperienza che ciò dà pace e serenità interiore, sentendo pulsare dentro di sé quella dignità umana che sempre stenta ad affermarsi. Concludendo. Chi sceglie per la libera morte non è una persona eroe, una paladina dell’umanità, della dignità e della libertà, ma la sua decisione va tenuta in considerazione con rispetto e dignità.

Alberto Pizzolante
Alberto Pizzolante
Nato in provincia di Lecce nel 1997, si è laureato in Filosofia presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dirige likequotidiano.it.

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