Perché il capitalismo nasce durante la modernità e non prima? Partendo dalle osservazioni di Giorgio Ruffolo (1926-2023) in Il capitalismo ha i secoli contati, l’indagine si rivolge a Roma, l’unica potenza dell’antichità che sembrava avere tutte le «carte in regola» per permettere lo sviluppo di un sistema economico capitalistico. Roma, infatti, riconosceva la proprietà privata e tutelava le transazioni di mercato, alimentando un dibattito tra «primitivisti» – secondo i quali la forma dominante dell’economia romana rimase sempre quella dell’unità fondamentale, autosufficiente, cellula di un mondo chiuso, senza scambi e senza mercati – e quella dei «modernisti» – secondo cui l’economia romana si sviluppò nel senso di un’economia di mercato moderna e di un capitalismo compiuto.
Tuttavia, come evidenziato da G. Ruffolo, l’economia romana non giunse mai a quel «sistema autoregolato rivolto all’accumulazione produttiva» in cui si riconosce il capitalismo moderno. Il limite insuperabile risiedeva nella struttura della «villa», dove il lavoro si basava sugli schiavi e non su uomini liberi. Il «colpo da maestro» del capitalismo moderno sarà invece la trasformazione in merce del lavoro stesso, estratto dal corpo del lavoratore per generare «surplus». Nell’antichità, questo passaggio era bloccato: il cittadino non era «mercantizzabile» e l’economia non riuscì mai a «disincastrarsi» dalla società per assumere una struttura autonoma orientata al profitto.
Dall’«accumulazione originaria» alla violenza fondativa del capitale
Seguendo il percorso tracciato da Marx ne Il Capitale, capitolo ventiquattresimo, l’origine del capitalismo viene ricondotta a una cosiddetta «accumulazione originaria». Si tratta di un punto di partenza segnato da una «origine chiaramente violenta» che K. Marx riconduce al potere politico. Tutta la ricostruzione ruota attorno alla centralità della violenza che fonda la nascita del diritto; un diritto che, a sua volta, non può far altro che rimandare nuovamente alla violenza.
In questo contesto, la figura del lavoratore subisce una trasformazione radicale: egli diviene «libero in maniera duplice». Da un lato è sciolto dal sistema feudale, ma dall’altro è privo di mezzi di sussistenza, diventando (inconsapevolmente) «schiavo» del capitalismo. Questa nuova forma di schiavitù è tutelata dal diritto stesso: sono proprio i contratti di lavoro a permettere al capitalista di «sfruttare» il lavoratore per produrre plusvalore. Il passaggio dal «meccanismo» romano al «significato» del capitale moderno si compie così attraverso la mercantizzazione del lavoro libero.
Bibliografia
Marx Karl (1867), trad. it. Il Capitale. Critica dell’economia politica. Libro I, Editori Riuniti, Roma 1989.
Ruffolo Giorgio (2008), Il capitalismo ha i secoli contati, Einaudi, Torino.
