Perché il referendum sulla cannabis è inammissibile

Secondo il Presidente della Consulta, il referendum sulla cannabis sarebbe intervenuto anche sulla legislazione delle droghe pesanti.

La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum sulla cannabis. Il Presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, ha spiegato che il referendum non si limitava a modificare la legislazione sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti in generale. “Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero e coca, le cosiddette droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali“.

Amato ha chiarito che “il quesito è articolato in 3 sotto quesiti. Il primo relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga prevedeva che scomparisse tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, quelle che includono il papavero e la coca, le cosiddette droghe pesanti, mentre la cannabis è alla tabella 2. Già questo è sufficiente per farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum. E ci portano a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito“. Amato ha dichiarato che sarebbe bastato limitare il quesito referendario alla cannabis per ottenere l’ammissibilità.

Cosa prevedeva il referendum sulla cannabis

Il quesito referendario riferito al Testo Unico in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope (D.p.R. 309/1990) è stato formulato con il duplice intento di intervenire sia sul piano della rilevanza penale sia su quello delle sanzioni amministrative di una serie di condotte in materia di droghe. In primo luogo si propone di depenalizzare la condotta di coltivazione di qualsiasi pianta, mantenendo le pene per la detenzione, produzione e fabbricazione di tutte le sostanze a fini di spaccio (intervenendo sulla disposizione di cui all’articolo 73, comma 1) e di eliminare la pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa alla cannabis e alle sostanze ad essa assimilate, con eccezione della associazione finalizzata al traffico illecito (intervenendo sul 73, comma 4).

Sul piano amministrativo, infine, il quesito propone di eliminare la sanzione della sospensione della patente di guida e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori attualmente destinata a tutte le condotte finalizzate all’uso personale di qualsiasi sostanza stupefacente o psicotropa (intervenendo sull’articolo 75, comma 1, lettera a).

Il monito al Parlamento

Giuliano Amato ha invocato il senso del dovere dei Parlamentari: “Il nostro Parlamento forse sarà troppo occupato dalle questioni economiche – ha dichiarato il Presidente – ma forse non dedica abbastanza tempo a cercare di trovare la soluzione su questi temi valoriali. È fondamentale che in Parlamento capiscano che se questi temi escono dal loro ordine del giorno possono alimentare dissensi corrosivi per la coesione sociale. Noi non possiamo cambiare, toccare il quesito referendario, il quesito è questo. Noi dobbiamo valutare se non lascia scoperti valori e diritti costituzionali irrinunciabili, questo è il punto“.

Le reazioni

È un colpo durissimo per la democrazia in Italia” ha dichiarato Riccardo Magi, deputato e presidente di +Europa. “È incredibile questa decisione della Corte costituzionale dopo la sottoscrizione del referendum da parte di 600 mila cittadini. Dopo la decisione sull’eutanasia di ieri possiamo dire che in questo paese è impossibile promuovere dei referendum. La Corte costituzionale ha fatto quello che il presidente Amato ha detto pochi giorni fa che non andava fatto, cioè cercare il pelo nell’uovo“.

Duro anche il commento del tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato. “La Corte costituzionale presieduta da Giuliano Amato ha completato il lavoro di eliminazione dei referendum popolari. Dopo eutanasia anche Cannabis. Hanno così assestato un ulteriore micidiale colpo alle istituzioni e alla democrazia“, ha scritto Cappato su Facebook.

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